Santa Maria Maggiore


 

La chiesa di Santa Maria Maggiore è una delle chiese più antiche del nostro paese, nonché la chiesa madre e principale del nostro comune. Documentata da sempre come chiesa parrocchiale ed arcipresbiterale, in passato fu anche la cattedrale dell’ ormai soppressa Diocesi di Cerveteri. Si presenta ad oggi in due chiese distinte, la più antica risalente al 1100 circa, e la nuova costruita negli anni 50 del novecento.

Storia:

Nell’attuale sito dove sorge la chiesa antica, vennero scoperti negli anni 50 dei grandi blocchi squadrati di tufo, che ad oggi costituiscono le fondamenta dell’edificio: ciò fa sicuramente pensare che la nostra chiesa fu costruita sul sito di un precedente tempio etrusco, e che, dove oggi sorge il centro storico, sorgesse l’acropoli della città etrusca di Caere, come già ipotizzato dall’archeologo Luigi Canina nell’ 800.

Anche a Cerveteri quindi, come in numerose città italiane, possiamo dire che questo luogo è considerato sacro sin dalla fondazione della città, divenendo chiesa molto probabilmente subito dopo l’editto di Costantino, nel III secolo dopo Cristo. Si registrano infatti dalle fonti vari santi nella nostra terra, tra i quali i santi Massimo e Seconda, genitori della santa martire Severa, e probabilmente anche la giovinetta Santa Felicita, le cui reliquie giacciono al di sotto dell’altare maggiore.

L’attuale luogo di culto, così come possiamo vederlo oggi, venne edificato intorno all’anno 1000, poiché secondo il primo Liber Censuum della chiesa romana, fatto compilare da Onorio III, sappiamo che il dominio della chiesa era vigente già dal 1192 ; queste sono però le più antiche ed uniche informazioni in nostro possesso, poiché l’archivio parrocchiale, andato in parte disperso, inizia dall’anno 1492, anno in cui la chiesa venne restaurata in alcuni punti. La chiesa, nata come cappella curtense ad unica navata, è stata in un secondo periodo arricchita di due navate, separate dalla centrale da colonne di spoglio provenienti con ogni probabilità dagli antichi monumenti di Caere. 

Intorno al 1231 venne installato il pavimento cosmatesco, simile e coevo a quello di Ceri, ad opera di marmorari toscani, i cui resti oggi si possono ammirare alle pareti della navata di sinistra.

Fino al 1029 Cerveteri  fu sede episcopale, della quale si conoscono i nomi di otto vescovi. Successivamente a tale data, a causa del decesso del vescovo Benedetto, la sede di Cerveteri venne definitivamente accorpata alla diocesi di Porto. Nell’abside centrale è possibile notare gli incavi dove erano posti i seggi per il clero diocesano, utilizzati anche dai religiosi eletti dai Vescovi per discutere, in tempo di quaresima, circa le elemosine della comunità.

La storia della nostra chiesa va di pari passo alla storia del paese: infatti il Castello di Cerveteri nel XV secolo ebbe vari passaggi di proprietà, ed ognuno dei “Signori” sicuramente pensò, con restauri o con la committenza di opere d’arte, di arricchire la chiesa e di renderla sempre più degna. Di questo periodo rimane l’opera più preziosa e più bella della chiesa, che oggi è possibile ammirare nella Galleria Nazionale di Arte Antica presso Palazzo Barberini in Roma: la tavola della Madonna in Trono col Bambino tra San Michele e San Pietro, opera firmata del pittore Lorenzo da Viterbo. Anticamente posta sopra l’altare maggiore, essa è datata 1472, periodo nel quale Cerveteri era tornato sotto il dominio della Camera Apostolica, e forse la figura di San Pietro venne dipinta proprio allo scopo di sottolineare questo forte legame con la chiesa di Roma.

Nel 1492 Cerveteri viene venduta a Gentil Virginio Orsini insieme alle terre, e nel 1503 Cerveteri venne coinvolta nella guerra tra Alessandro VI e gli Orsini, venendo assediata dal figlio di Alessandro VI, Cesare Borgia. L’intero borgo subì numerosi danni, come si può vedere nell’adiacente torre dei Borgia, ed in questo periodo iniziarono anche a svilupparsi alcuni culti particolari, come quello per l’Addolorata.

Nel 1674 Cerveteri effettua l’ultimo passaggio di proprietà prima dell’Italia unita: dagli Orsini infatti passa al dominio dei Ruspoli, i quali, ristrutturando il palazzo baronale, trasformarono la nostra chiesa nella loro cappella privata. Questa trasformazione radicale farà mutare sino agli anni 50 l’aspetto della chiesa sia internamente che esternamente. Le colonne vennero incapsulate in pilastri di mattoni rivestiti in pietra, le pareti vennero intonacate e dipinte, vennero aperte delle finestre quadrangolari sulle navate minori e vennero create quattro cappelle, due per navata, portando la chiesa ad un numero complessivo di cinque altari. Nel 1703 la chiesa dunque appariva decentemente restaurata, e poco dopo il 1719 venne aperta la porta nella navata di sinistra, accanto all’antico battistero. Le fonti dell’epoca riportano la presenza di un pulpito in legno nel terzo pilastro a sinistra della navata centrale, e di un grandioso soffitto a cassettoni, con al centro lo stemma di casa Ruspoli. Col restauro degli altari, la grandiosa tavola dell’altare maggiore viene ridipinta, ed inserita in una fastosa cornice lignea barocca che troneggiava dalla tribuna dell’abside.

Il 30 settembre del 1707 viene recapitata dalla famiglia Ruspoli una lettera al cardinale Niccolò Acciaioli, Vescovo di Porto e Santa Rufina dal 1700 al 1715 (viene riportato in altre fonti il nome di un fantomatico cardinale Acciupidi, mai esistito, evidente storpiatura del cognome Acciaioli), in cui si legge: “…Francesco Maria Ruspoli chiede licenza poter fare un ponte in vicoletto che dentro di questo sopra la porta principale possa far fabbricare un foro in cui con maggiore comodità possano sentirsi le messe…” ; la licenza viene concessa dallo stesso cardinale il 30 dicembre del 1707. Questo ponte, oggi chiamato “passetto”, è tutt’oggi esistente, e terminava con una porta, oggi trasformata in feritoia, che insisteva su di una balconata dal quale la famiglia Ruspoli assisteva alla Santa Messa senza scendere dal palazzo. Esso fu costruito nel 1760, sotto la giurisdizione del cardinale Giuseppe Spinelli.  Verosimilmente risale a quest’epoca la costruzione di un primo organo, poi spostato nella chiesa di San Michele nel 1879, per far posto ad un organo più grande costruito da Nicola Morettini di Perugia. Dei due organi dal 1952 non vi sono più tracce.

Nel XIX secolo la chiesa versa in cattive condizioni e subisce pesanti lavori di restauro a più riprese. Nel 1817 vengono restaurate le finestre, nel 1852 la facciata e il matroneo, nel 1861 il tetto, e nel 1879 si sussegue un restauro pressoché generale. Contestualmente, nel 1881, viene demolita la Chiesa di San Martino, ormai cadente e diroccata, e vengono trasportati in parrocchia gli arredi sacri più importanti: l’affresco su tela della Madonna del Rosario, opera di scuola di Antoniazzo Romano, e l’ antico altare di San Biagio, privato della tela di Perin del Vaga oggi al palazzo comunale, che viene utilizzato come “Battistero”. L’ affresco della Pietà invece, opera attribuita allo stesso Perin del Vaga, viene posto sull’altare della cappella dell’erigendo cimitero (attuale Cimitero Vecchio), per poi essere definitivamente collocato in parrocchia nel 1950 per ragioni conservative.

Già da subito la popolazione lamentò l’inadeguatezza dei lavori, e soprattutto, a seguito dell’incremento demografico, la chiesa risultò troppo piccola per la crescente popolazione: pertanto, nel 1952, sotto la guida dell’architetto Giorgio Romanini, con una scelta simile a quella dell’architetto Giovenale per la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, effettuando lavori propedeutici ad un ampliamento, la chiesa tornò allo stile romanico primitivo: furono eliminate due delle quattro cappelle minori, vennero riscoperte le mura  in tufo e le antiche colonne eliminando gli strati di intonaco e di marmo, venne praticata un’iniezione di cemento armato nella navata sinistra, dato che minacciava di crollare, e venne riportato il pavimento alla quota di origine. Durante gli scavi vennero ritrovati tra le sepolture frammenti considerevoli dell’antico pavimento cosmatesco, e soprattutto i grandi massi squadrati di tufo che costituiscono le fondamenta della chiesa. Durante questo restauro venne cambiata anche la disposizione interna degli arredi : venne infatti del tutto eliminato l’altare maggiore barocco, sostituito da due fusti di colonne sui quali poggia il moderno altare; vennero eliminati gli arredi e gli stessi altari laterali, alcuni anche di un certo pregio artistico, salvando esclusivamente le tele o le statue ivi presenti; le finestre quadrate vennero chiuse e sostituite da feritoie ricostruite in stile (motivo per il quale ad oggi le pareti laterali risultano intonacate); sparirono le balaustre in marmo, l’organo a canne (forse venduto) e la statua della “Madonna del Rosario”. Venne invece rimontato nella cappella di destra il pregevole ciborio cinquecentesco proveniente dalla chiesa di San Martino e fino ad allora funzionante come “Battistero” (è più verosimile in realtà che fosse utilizzato come tabernacolo degli olii santi) e adibito alla custodia del Santissimo Sacramento. Se per tanti versi questo restauro giovò alla struttura, logorata dall’umidità e dall’incuria, per altri ci si chiede se non sia stato troppo “drastico”, eliminando ovvero più del dovuto alla ricerca di un romanico puro, senza premurarsi dei secoli di storia successivi non solo a livello artistico, ma anche devozionale.

Nel 1959, la chiesa venne ampliata con un corpo longitudinale a tre navate, riducendo cosi la chiesa antica ad una sorta di transetto: il grande arco che univa le due chiese fu chiuso nel 2009, al fine di preparare un’ambiente idoneo alla tavola di Lorenzo da Viterbo, portata via per restauri e mai più tornata.

Descrizione della chiesa antica:

La chiesa antica si sviluppa nel retro della nuova. La facciata, nel tempo resa a capanna, si presentava anticamente a salienti. Ad essa è addossato un arco di collegamento a palazzo Ruspoli, il “passetto”, costruito intorno al 1760. Grazie ai restauri del 1952-54 si presenta in stile romanico, suddivisa in tre navate, coperte da un tetto a a capriate, per mezzo di 10 colonne di reimpiego, con fusti diversi l’una dall’altra.

Nel periodo barocco, la chiesa possedeva cinque altari:

  • Il maggiore ospitava la tela di Lorenzo da Viterbo “Madonna col Bambino tra santi Michele e Pietro;
  • il primo altare di destra ospitava la statua della Madonna Addolorata entro un fastoso altare barocco, al suo posto oggi sorge l’altare del Santissimo Sacramento, già di San Biagio, proveniente da San Martino;
  • il secondo altare di destra, al centro della navata, ospitava la statua della Madonna del Rosario, al suo posto oggi sorge l’altare della chiesa nuova;
  • il primo altare di sinistra era dedicato ai santi Giuseppe, Antonio da Padova e Carlo Borromeo, con la tela che oggi sorge vicino all’organo in chiesa nuova, al suo posto oggi sorge il battistero e la tela di scuola di Antoniazzo Romano;
  • il secondo altare di sinistra era dedicato al Santissimo Salvatore, con la tela ad oggi posta nell’arco di collegamento tra le due chiese, oggi della cappella rimangono solamente i due muri laterali, utilizzati come contrafforti, mentre davanti sorge un’edicola moderna con la statua dell’Addolorata.

Nella navata sinistra è possibile scorgere i resti del pavimento cosmatesco, emerso dai restauri del 1950. Il motivo della sua mutilazione, a dispetto della conservazione totale del coevo pavimento nella chiesa di Ceri, è da attribuire all’uso medievale, perpetrato fino all’800, di seppellire i cadaveri nelle chiese, motivo per cui, per creare i sepolcri destinati ad una popolazione sempre crescente, demolirono la maggior parte del pregevole pavimento.

 

 

Descrizione della chiesa nuova:

Fino alla prima metà dell’800, la chiesa di San Martino veniva preferita alla parrocchiale, poiché essa era più capiente e perché era comunque vicina alle abitazioni della gente. Pertanto, dopo la sua demolizione nel 1881, la chiesa di Santa Maria risultò sempre inadatta ai bisogni della gente, in quegli anni in forte aumento.

Pertanto, nel 1952, iniziarono le prime demolizioni, e il 12 Ottobre 1959 venne consacrata dal Cardinale Eugenio Tisserant, decano del Collegio Cardinalizio e Cardinale Vescovo della Diocesi di Porto e Santa Rufina, la nuova chiesa di Santa Maria Maggiore.

Fino la 2009 la chiesa nuova si innestava all’antica per mezzo di un arco trionfale, aperto nella sua navata destra, nel luogo esatto in cui sorgeva la cappella dell’Addolorata, sepoltura della venerabile Rosa Calabresi.
A seguito dei restauri del 2009 l’arco è stato chiuso per permettere nella chiesa antica di costruire un altare per ospitare la tela di Lorenzo da Viterbo.
Nel luogo in cui sorgeva l’arco ora vi sono le sedi ed un grande crocifisso ligneo.
La facciata è in stile neoromanico a salienti e presenta un rosone acquistato con le altre finestre negli anni 70 dall’allora parroco mons. Quirino Tordi.
L’interno è illuminato da quattordici finestre monofore(sette per lato), oltre al rosone.
All’interno è anch’essa suddivisa in tre navate coperte con tetto a capriate, per mezzo di cinque colonne.
Le pareti sono dipinte di bianco (fino al 2009 di giallo) senza decorazioni, e sulle pareti delle navate laterali si addossano 3 nicchie (per navata) con statue di santi.
Le due chiese formano insieme l’ unico complesso dell’arcipretura di Cerveteri.

 

 

Il campanile:

Il campanile, precedente alla chiesa, presenta una struttura quadrata ed è diviso per mezzo di cornici in piani, con una bifora per lato.
L’ultimo piano, che ospita le campane, fu aggiunto in seguito e presenta quattro grandi fnestre monofore. Negli anni 60 due di esse vennero tamponate per motivi strutturali.
Le campane attualmente sono tre:

  • una piccola a destra, dedicata al crocifisso, fusa da Francesco Lucenti nel 1982
  • una media a sinistra, la più antica, dedicata a santa Maria, fusa da Paolino de Bossis il 20 aprile 1517
  • il campanone, dedicato a Santa Maria, al centro, fusa da Paolino de Bossis il 20 maggio 1507 e rifusa da Camillo Lucenti il 7 agosto 1948.

Le campane sono tutte elettrificate a slancio, in più la grande e la media sono dotate anche di elettromartelli esterni.
Per la santa messa suona il plenum a slancio nei giorni festivi e nelle solennità (i feriali mezz’ora prima, mentre i festivi un’ora e mezz’ora prima), mentre suona la piccola a distesa per l’ultimo richiamo della messa (i cosiddetti “tocchetti”, cinque minuti prima). Nei giorni feriali il richiamo viene eseguito dalle due piccole.